BRUINO, IL PROGETTO DI 4 RAGAZZE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE

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In alto da sinistra: Francesca Sapey e Giulia Chinigò. In basso da sinistra: Mariachiara Cataldo e Francesca Valentina Penotti

di ANDREA MUSACCHIO

BRUINO / TORINO – Parlare, denunciare, e rompere il silenzio. Una pagina instagram (e da poco anche Facebook) raccoglie testimonianze da tutta Italia contro la violenza. A fondarla quattro giovani ragazze torinesi: Mariachiara Cataldo di Bruino e Giulia Chinigò, Francesca Sapey e Francesca Penotti di Torino.

L’iniziativa delle ragazze (classe 1997) ha un obiettivo principale: sensibilizzare sulla violenza in generale, attraverso gli esperti del settore (psicologi, sessuologi ecc). Le ragazze – che non si definiscono un movimento, bensì un progetto – raccolgono testimonianze di violenza, che poi ripubblicano in anonimo sulla pagina Instagram Break the Silence. La partenza è stata ottima: il 6 giugno, data di inaugurazione della pagina, sono arrivate subito 150 testimonianze. Ad oggi, quasi dieci giorni dopo, le testimonianze sono oltre 450. A raccontarci nel dettaglio di questo progetto ci ha pensato Mariachiara Cataldo, una delle quattro ragazze fondatrici della pagina.

Come è nata questa iniziativa? E perché? 

Il 5 giugno sono uscita con due mie amiche a Torino, era la mia prima uscita dopo i 3 mesi di lockdown. Ci siamo trovati, in piazza Solferino, una decina di ragazzi, intorno ai 25/27 anni che hanno iniziato a seguirci per un tratto di strada. Dopo qualche metro hanno iniziato ad urlarci contro frasi del tipo “che bei c…” e ancora “se ti prendo…”. Frasi molto delicate insomma. Abbiamo reagito con un dito medio e ci hanno lasciato stare. Mi è salita una rabbia in quei frangenti, così ho deciso di scrivere un post su Instagram, dove raccontavo l’accaduto. Al ché mi scrive una mia amica, che ha passato momenti analoghi. Insieme decidiamo per un giorno di raccontare queste esperienze. Per far capire che il problema esiste. Tra i vari racconti, ho deciso di raccontare un’altra mia esperienza negativa: qualche tempo fa mi sono licenziata da un ristorante, a causa del titolare che mi importunava di continuo. Dopo questo racconto, ho lanciato un’iniziativa: “se qualcun’altro mi vuole raccontare le proprie storie, me le mandi per messaggio, così le pubblico in anonimo. Le altre ragazze (le cofondatrici di Break the Silence) accettano l’invito e anch’esse decidono di pubblicare, attraverso i loro profili, testimonianze in anonimo. Dopo aver ricevuto tantissime storie, abbiamo deciso di fondare un’unica pagina. Era necessario rendere il progetto meno dispersivo“.

La pagina riguarda la violenza in generale: tra le varie testimonianze è possibile leggere anche storie di ragazzi. 

Purtroppo la violenza è in maggior parte sulle donne. Per una questione di statistiche. Ma noi stiamo raccogliendo testimonianze di numerosi ragazzi. Proprio perché la violenza è una. La nostra non è una battaglia maschi contro femmine. Noi vogliamo semplicemente sensibilizzare sulla violenza in generale. Oltre ad avere tantissimi ragazzi che ci scrivono, abbiamo molti uomini che ci ringraziano e supportano per questo progetto.

Dopo che avete ricevuto le testimonianze, qual è il passo successivo?

Sicuramente confortiamo i ragazzi, come da consiglio di una sociologa. Poi, oltre a pubblicare la testimonianza, che prosegue il percorso di sensibilizzazione, abbiamo una sorta di vademecum, che cambia in base alla situazione. Cerchiamo di far capire ai ragazzi che non sono colpevoli. Non è colpa loro se accadono queste cose. Nei casi più gravi gli spingiamo a denunciare, oppure consigliamo di andare a parlare con degli psicologi“.

La vostra pagina si trova su Instagram e Facebook. Si può sensibilizzare questo argomento sui social network?

Secondo me, il fatto di essere sui social è stata la nostra carta vincente. Anche se è un espressione che non mi piace tanto. Perché al giorno d’oggi i social sono considerati una cosa alla portata di tutti. E nonostante vi siano numerosi centri anti violenza, che noi assolutamente sosteniamo, secondo noi mancavano due cose: la possibilità che le vittime, o chi è stato vittima, possano parlare sui social di una determinata cosa. Esistono pagine Instagram di movimenti femministi, o di lotte per ottenere qualcosa. Sono tutte ben viste e ben volute. Il problema è che sono pagine dove a parlare sono chi le gestisce. Nel nostro caso, è come se parlassero le stesse persone che ci seguono. La maggior parte delle ragazze vittime, che ci scrivono, non lo hanno mai detto a nessuno: noi siamo i primi a cui raccontano queste esperienze. Si tratta di una sorta di sblocco mentale. Spesso non hanno la forza o la volontà di dirlo alla mamma o alla migliore amica. Il problema principale della violenza è che in pochi ne parlano. In secondo, per noi, i social al giorno d’oggi hanno un importante valenza informativa“.

State organizzando anche una serie di incontri con vari esperti del settore, giusto?

Esatto, sono dei weekend tematici. Il primo è stato con una sociologa, il secondo sarà una testimonianza di stupro, in diretta questo sabato. Il terzo sarà con gli avvocati, ad esempio. Nel quarto sarà una sessuologa a moderare l’incontro. Poi abbiamo contattato i centri anti violenza. Noi sappiamo che ci sono figure esperte. Di sicuro non vogliamo sostituirci a loro. Vogliamo far arrivare alle vittime il messaggio che gli esperti ci sono ed esistono”. 

Anche Chiara Appendino ha apprezzato il vostro lavoro.

Sì, dobbiamo vederci con la sindaca. Ci ha ringraziato, dicendo che magari grazie a noi tutti avranno una pulce nell’orecchio. Questo non è un problema da sottovalutare“.

Avete già le idee chiare per il futuro: raccogliere queste testimonianze in un libro e soprattutto portare questo tema nelle scuole. 

Vogliamo riportare in un libro le testimonianze più forti per lasciare un segno. Un segno tangibile. E poi la nostra idea è quella di entrare nelle scuole. Chiaramente non noi 4, bensì degli esperti. Pensiamo che l’educazione sessuale sia carente nelle scuole, a partire dalle elementari. Molti ragazzi che hanno subito violenze vanno dai 10 ai 16 anni“.

Vuoi lanciare un appello a tutti coloro che magari non conoscono la vostra pagina?  

“Io chiedo di seguirci, di sostenerci e pubblicizzarci proprio perché noi siamo un progetto. Non siamo un movimento femminista. Noi vogliamo informare chi ci segue attraverso gli esperti. Loro possono comunicare con psicologi o sessuologi in anonimo, direttamente dal salotto di casa. Senza recarsi in centri anti violenza o in uno studio. Penso sia un grande vantaggio. L’idea è quella che, parlando con noi, capiscano e imparino l’importanza di collaborare con degli esperti. E che quindi venga il desiderio di andare nei centri anti violenza o comunque da figure esperte. E speriamo che, una volta parlato con loro, possano stare meglio e imparare qualcosa“.

 

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